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Naturalmente le condizioni che pone Zoso sono molto impegnative: il nuovo partito veneto-catalano non potrà certo essere «né il partito di Borghezio e neppure quello di Gentilini. Deve essere un partito moderato, di centro, come fu la DC, mettiamo, di Rumor e poi di Bisaglia, ma incentrato sul Veneto e sulla sua rappresentanza (...). Il partito del Veneto, insomma, d'ordine ma non sciovinista, laico ma non celtico, dalla parte delle partite Iva ma solidaristico, cioè che rappresenti la "medianità" del Veneto». Ultima condizione, la più impegnativa: che l'hidalgo prossimo venturo rivendichi la propria autonomia dal signorotto lombardo Bossi, altrimenti avremo ancora un altro Galan, eterno "dipendente" dall'altro ancor più noto "lumbard", Berlusconi.
Riflettiamo dunque a partire dal fortissimo passato identitario dei veneti: può darsi che in un lontano passato l'identità forte ci sia stata, ma adesso? Oggi l'identità veneta (come la mitica vicentinità su cui si sono affaticate tante laboriose menti provinciali) mi sembra più un artificio retorico che un promettente e costruttivo riferimento politico.
Per quanto riguarda la rappresentanza politica, Zoso lascia giustamente intendere che Rumor, l'unico politico veneto giunto ai vertici dello Stato dai tempi dell'annessione, non rappresentò mai il Veneto come tale perché fu sempre un politico "nazionale", espressione di un partito "nazionale" come era la DC. Il consenso che Rumor e Bisaglia raccoglievano in Veneto veniva speso a Roma in vista del controllo e dell'esercizio della politica non certo regionale, ma nazionale. Era questo, allora, il fine naturale e logico del confronto politico. Si può aggiungere che Rumor fu espressione di un Veneto ancora largamente agricolo e tradizionalmente cattolico, mentre Bisaglia capiva e rappresentava le trasformazioni in atto (stava qui la ragione profonda del conflitto che oppose i due), ma il suo modello di DC "regionale" era quello bavarese, una formazione che ancor oggi gioca un ruolo sia regionale che nazionale.