NR. 30 anno XV DEL 28 AGOSTO 2010
la domenica di vicenza
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Civiltà e linguaggio: c'è titolo e titolo, specie se 'personale'

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Civiltà e linguaggio: c’è titolo e titolo, specie

(g. ar.)- Nell'accidentato percorso verso la luce della civiltà di rapporti intesa anche come stabilità non più insicura, il gioco delle definizioni e delle parole bene o male intese risulta a dir poco essenziale. Che cosa vuol dire ad esempio "passaggio pedonale" se la città non si preoccupa né di dare manutenzione seria alle strisce e ancor meno agli spazi per i disabili? Che cosa vuol dire area pedonalizzata se poi le deroghe sono più numerose degli obblighi (vedi piazza Biade forse finalmente al giro di vite)? Che cosa vuol dire estetica del paesaggio se mentre si rifiutano come demoni i mulini a vento si assiepano i condomini di parabole tv a dir poco non belle? E che diavolo vuol dire infine giustificare sparate di varia e attraente natura con la scusa del "titolo personale"? Chiaro che si tratta di domande assolutamente retoriche. La risposte a tutte, nessuna esclusa, è la seguente: non vuol dir niente.

C'ERA UNA VOLTA CICERO- In corsa per un posto in calendario, l'ex assessore nella sua vulcanica attività si era inventato una squadra di pronto intervento minimo che non fece in tempo ad attivare causa fine legislatura: l'avesse fatto, ora non esisterebbero i casi deprecabili di strisce pedonali lasciate a se stesse fino a consumarsi e nemmeno sarebbe possibile ai neo lanzichenecchi piantare le auto negli spazi riservati ai disabili con la scusa che tanto non c'è nessuno. Invece di multare i clienti delle prostitute e darli in pasto alle pubbliche cronache come si trattasse di criminali neo-untori, sarebbe bello avere gli elenchi di questi che del minimo senso della civiltà se ne fregano con slancio. Senza battere ciglio. Delle strisce pedonali poi si può soltanto tirare in ballo un vergognoso confronto con l'Europa: in quella che conta, i passaggi per i pedoni sono segnalati perfettamente di giorno con l'aggiunta di un lampeggiante giallo, e di notte con l'aggiunta di un faro che illumina verticalmente. Non c'è pericolo di non vedere le zebre. Qui invece le zebre se l'è mangiate il leone: in vari angoli della città, anche centralissimi (Piazza Matteotti) sono sparite. Come addebitare alcunché agli automobilisti se non le vedono?

LA CRICCA DI PIAZZA BIADE- Da anni, anzi: da decenni, i cacciatori di civiltà definiscono così i proprietari di quelle auto che in barba alle pedonalizzazioni e alle guerre che ne seguono ogni volta che si amplia di un metro l'area, continuano indisturbati ad entrare in zone assolutamente interdette ai "normali", ai paria della società. Piazza Biade è sicuramente e da sempre l'esempio più forte oltre che più visibile di quella disparità comportamentale e tutoria che contraddistingue quelli che possono, cioè quelli del palazzo, da quelli che non possono, cioè quelli che la strada se la fanno a piedi. La questione imbarazza e incrina anche macchine da guerra piuttosto autoassicuranti come l'amministrazione di Palazzo Trissino nel momento in cui un consigliere scrive una lettera aperta per invocare la chiusura totale di Piazza Biade, mentre un secondo (stessa parte politica), che si dice d'accordo sulla morale, gli fa le pulci per il fatto che quel parcheggio lo usava eccome. Fatto sta che non si parla solo di consiglieri comunali, ma anche di dipendenti comunali. Una vergogna amplificata dal fatto che se io utente comunale mi presento e parcheggio a fianco all'auto di quelli dello sportello, subito scatta l'operazione punitiva che di fatto crea due pesi e due misure. Se è vero che la piazza sta ora per chiudere definitivamente alle auto, siamo arrivati dopo oltre vent'anni al nocciolo. Come dire: era ora da tempo.

ESTETICA DELLA PARABOLA- Non di quella evangelica, naturalmente, ma di quella tv. Il vizietto si amplia, i meccanismi alternativi sembrano non esistere ovvero, se esistono, venire ignorati. Le parabole sono bianche e ben visibili, finché sono nuove. Quando invecchiano ingialliscono per ovvi motivi di logorio meteo, ma non avendo cambiato nel frattempo diametro restano visibilissime, anzi, si vedono ancora meglio. E sono davvero brutte. C'è un richiamo al sindaco perché faccia qualcosa, ma il sindaco non potrà fare niente di niente. L'unico provvedimento serio da prendere sarebbe quello di obbligare le amministrazioni di condominio a prevedere impianti unificati. Probabilmente occorre variare il regolamento comunale. Un tempo esisteva la commissione edilizia che aggiungeva al proprio logo una formuletta magica: "e ornato". Era un modo per appellarsi all'estetica, al buon gusto. Ora anche su questo versante le piste sono diventate... impercorribili.

PARLA A NOME DI CHI?- Equivoco di fondo che esplode anche violentemente ogni volta che una persona a immagine pubblica esprime qualsivoglia opinione. Facciamo un esempio: se da direttore della spazzatura urbana parlo delle poste e dico che ne parlo a titolo personale, non soltanto ho il diritto di dire quel che mi pare, ma è anche del tutto giustificato che mi si creda. Non ho interesse in materia, sono affidabile; ma se viceversa, in quanto detentore di quella prestigiosa carica, dico che la spazzatura è uno schifo e bisognerebbe fare questo e quello, anche lì posso dire quel che voglio, ma non più sostenere che parlo a titolo personale. Perché parlo a rigore del titolo tecnico che mi compete. È una questione da chiarire definitivamente. Ognuno di noi, quando non brontola tra sé e sé, si esprime sempre e comunque a titolo personale, ma se l'argomento lo coinvolge per dovere d'ufficio, il titolo titolo e la rilevanza diventano inevitabilmente di dimensione pubblica, e così anche coinvolgente per l'azienda che si rappresenta. L'infortunio Polato/Filippi (Vicenza Calcio) è di questa natura. Polato, da vicepresidente, non poteva che parlare a nome della società. Ma certo ritroveranno presto i sentieri della più sincera stima reciproca.

nr.04/15 del 5 febbraio 2010

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