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La vicenda di Gastone Panciera (1908-1991) è la testimonianza di un artista vicentino, che per la necessità di sfuggire al clima di inadeguatezza artistica locale, trova, nel capoluogo lombardo una forte tensione conoscitiva, rappresentata dal movimento Corrente, punto di riferimento comune per giovani spiriti. Sono gli anni intorno al 1938, e per Panciera si trattava di lasciare alle spalle Vicenza, la sua precedente esperienza della prima formazione nella bottega del padre, poi successivamente quella a Venezia all'Accademia e a Milano, dove frequenta l'Accademia di Brera, il fermento modernista, le figure di spicco della cultura contemporanea in compagnia di Quasimodo, Sereni, Gatto, i critici De Micheli e De Grada e gli artisti Sassu, Manzù e Marini. Questa è la sua posizione in assonanza con il clima di quel tempo di trasporto verso la modernità, che traduce in scultura un linguaggio postcubista, innestato in una materia che varia tra bronzo, legno, pietra e marmo. Dialoga nella plastica con Marino Marini, ad esempio nei cavalli, e risponde a Giacometti nelle figure allungate ed è espressivo nelle sculture animate da una luce che agisce e le muta nell'agire inatteso in punti precisi di apertura. E, in più di un disegno, si possono vedere nell'esposizione quelli a matita e a carboncino del 1966, dal segno deciso e sicuro che scorre quasi senza staccarsi dal foglio. Pancera attua lo scambio con la scultura, purificando la forma da ogni intenso cromatismo.
L'artista partecipa alla mostra Gli anni di Corrente allestita nel 1985 al Palazzo Reale di Milano. È invitato ad esporre a varie Biennali di Venezia, alle quadriennali di Roma, alla Triennale di Milano e alle grandi esposizioni d'arte italiana a livello internazionale. Vince nel 1949 il primo premio di Scultura a Saint Vincent. Negli anni '70 si dedica parallelamente anche alla pittura.