NR. 32 anno XV DELL'11 SETTEMBRE 2010
la domenica di vicenza
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Pove il paese dell’olio

La produzione sta diventando importante per l’economia del paese. Il 28 marzo una Fiera dedicata alla coltura dell’olivo

di Gianni Celi

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Pove il paese dell’olio

Pove celebrerà anche quest'anno, esattamente il 28 marzo, la Fiera dell'olio d'oliva, un prodotto di nicchia molto ricercato per le caratteristiche organolettiche che lo differenziano da altri oli consimili. Negli ultimi anni si è assistito ad un interesse particolare nei confronti di questa pianta ed è per questo che l'Amministrazione comunale dedica sempre maggiore attenzione ad un settore che ha soppiantato ormai da tempo le coltivazioni classiche della zona.

Quali i motivi di questo coinvolgimento del Comune nella tutela e nella propaganda della preziosa coltura?

«L'olivo, oltre ad essere una pianta ornamentale o di coltura marginale com'era una volta, è diventata una pianta che può incidere sull'economia non soltanto del Povese - ci spiega il sindaco Orio Mocellin - Grazie a tutti i convegni che sono stati fatti in questi ventinove anni, grazie all'apertura di un frantoio d'avanguardia, alla realizzazione di una serra all'istituto agrario "Parolini" attraverso la quale si è riusciti ad individuare il cultivar della pianta di olivo più adatta al nostro territorio e grazie ad alcuni produttori locali (vedi l'azienda Gamberoni), la produzione di olio d'oliva a Pove è riuscita a fare un salto di qualità».

C'è stata quindi una crescita continua.

«Sì, ma favorita anche dall'abbandono di coltivazioni tradizionali quali la vite ed il granoturco. Vede, una volta l'olivo veniva collocato nelle zone collinari o nelle terre meno redditizie, oggi invece lo troviamo anche nelle zone più fertili del nostro Comune».

E per quanto riguarda la lavorazione delle olive?

«In questo settore abbiamo assistito ad un aumento qualitativo notevole. I convegni da noi proposti hanno dimostrato che per avere un olio di ottima qualità il frutto deve essere raccolto e portato subito a macinare. Infatti ora, al massimo entro due o tre giorni dalla raccolta, i coltivatori si recano al frantoio. Questo elemento ha inciso molto sulla bontà del prodotto accanto anche all'installazione di macchinari ultramoderni che favoriscono la bassa acidità del nostro olio».

Quindi c'è stata un'attenzione sempre maggiore rivolta alla coltura dell'olivo?

«Sicuramente, a cominciare dalla potatura con corsi primaverili rivolti ai proprietari di oliveti e poi con i convegni in occasione della Fiera (quest'anno si parlerà di come riparare ai danni causati dal freddo e dalla grandine), ma soprattutto si sono svolti dei corsi per assaggiatori durante i quali la gente ha cominciato a capire la differenza fra un olio buono ed uno scadente. Gli esperti hanno dimostrato la differenza che passa, ai danni della qualità, fra un olio uscito dalle macine dopo che le olive erano state quasi appena colte, ed un altro con i frutti portati al frantoio dopo una settimana ed oltre. È stato dimostrato come si debba dare un calcio alla tradizione che vedeva i nostri vecchi, anche per motivi economici, volti a raccogliere le olive oltre ogni limite ed abitanti ad aspettare troppo a portare i frutti al frantoio. C'era l'abitudine di lasciare le olive ad asciugare nei granai non sapendo che buttando via l'acqua si buttavano via anche principi attivi importanti, dai polifenoli agli antiossidanti e così via, tutte caratteristiche che danno un sapore diverso e che fanno durare l'olio nel tempo».

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