NR. 04 anno XVII DEL 4 FEBBRAIO 2012
la domenica di vicenza
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Per il Sistema Moda serve terapia d'urto

Gli ultimi provvedimenti presi, dal Made in Italy ai 70 milioni di defiscalizzazione, sono insufficienti. Urgentissimo sbloccare la stretta creditizia

di Paolo Usinabia
ladomenica@tvavicenza.it

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Per il Sistema Moda serve terapia d'urto

I soldi per il settore? Pochi. La legge per la tutela del Made in Italy? Insufficiente. La posizione del presidente della sezione moda di Confindustria Vicenza, Michele Bocchese è chiara. Nei giorni scorsi il presidente aveva criticato la legge Reguzzoni-Versace sul made in Italy. Il recente provvedimento del Governo, invece, concepito e lanciato come "Salvagente per il Sistema-moda" dovrebbe essere una boccata d'ossigeno per i settori tessile ed abbigliamento. Il Consiglio dei Ministri ha approvato, infatti, la defiscalizzazione dei costi per la realizzazione dei campionari per le collezioni 2010 delle industrie del tessile-abbigliamento, per un importo complessivo pari a 70 milioni di euro. Un provvedimento che le aziende del settore attendevano da tempo perché segnale di un riconoscimento della pari dignità dell'innovazione e ricerca svolta dalla filiera del tessile-abbigliamento rispetto a quella realizzata da altri settori.

Una sorta di detassazione sulla ricerca anche se, secondo gli operatori, sarebbero state necessarie misure più drastiche per ridurre l'impatto della crisi mondiale e della concorrenza crescente.

«È però l'ennesima goccia nell'oceano», dice Michele Bocchese. «Certo diciamo grazie a tutto, ma l'entità del finanziamento, che è veramente molto piccolo e non può essere definito "salvagente" ed il criterio di riparto con cui verranno distribuiti, sarà ancor meno rilevante e doveva essere maggiormente legato al merito. Il rischio effettivo è che vada a vantaggio solo di poche aziende. Non è adeguato né sotto il profilo quantitativo, né qualitativo. I provvedimenti urgenti sono altri e di altra entità. Per esempio, qualsiasi iniziativa che il governo possa prendere per allentare la stretta creditizia è fondamentale per dare spinta al settore. Sarebbe un sostegno al settore e permetterebbe di non far chiudere le aziende. Il problema è la finanza aziendale. Lo stato di settore è difficile, delicato. Qualche segnale timido c'è, ma aspettiamo a vedere cosa succede nella campagna vendite luglio 2010 in cui si vende l'estivo 2011».

 

Un Made in Italy incompleto

 

Per quanto riguarda la legge sul Made in Italy, al centro delle discussioni nell'ultimo periodo, il presidente vicentino del Sistema Moda Confindustria aveva nei giorni scorsi criticato il provvedimento Reguzzoni-Versace. Tutto ruota attorno al termine "prevalente" contemplato nella legge. Un aspetto che non convince buona parte dell'imprenditoria. Secondo la normativa che si vuole introdurre, infatti, tale aggettivo, dovrebbe rappresentare la connotazione che distingue ciò che può essere definito "Made in Italy" e ciò che non lo è.

Un aspetto che presenta anomalie e limiti tali da rendere la legge, dice Bocchese, un'occasione mancata. Il provvedimento, infatti, avrebbe dovuto tutelare un patrimonio industriale che pesa notevolmente nel panorama produttivo della nostra nazione (vale l'11% del valore aggiunto di tutta l'industria manifatturiera italiana, quasi il 12% dell'export nazionale e oltre un milione di posti di lavoro tra filiera industriale e commerciale). A rischio interi comparti del tessile, con possibili effetti devastanti su tutto il sistema. «In sostanza -afferma Bocchese- non solo non tutelerebbe il settore, ma rischierebbe di danneggiare alcuni comparti che si muovono all'insegna del made in Italy. Un primo danno è causato dal ritardo con cui l'Europa si sta muovendo. L'adozione di una disciplina dell'etichettatura di origine risponderebbe a una duplice esigenza: tutelare il consumatore finale e le nostre imprese, anche sotto il profilo della reciprocità. Quando vendiamo negli Usa, in Giappone, in Cina, per fare gli esempi più macroscopici, siamo obbligati a dichiarare dove produciamo e non si capisce il perché chi produce negli Usa, in Giappone o in Cina non debba fare altrettanto, vendendo in Europa. Altro rischio è che la legge sia addirittura bloccata perché incompatibile con i principi comunitari. Entrando poi nel merito della legge vi è, come detto, il principio di "lavorazione prevalente". Incomprensibile secondo Bocchese. Questo potrebbe significare che capi confezionati all'estero potranno fregiarsi del made in Italy solo perché realizzati con materie prime italiane; per esempio una giacca, confezionata in Cina con tessuti italiani. Questa giacca sarà made in Italy introducendo un nuovo concetto di origine, in contrasto con le norme internazionali del commercio. Il tutto si traduce in un invito a delocalizzare le confezioni e la manifattura finale dei capi. Il tutto diventerà poi in un incomprensibile guazzabuglio di made in..., in cui le aziende che esportano saranno chiamate a etichettature differenziate. Per questo dal Veneto le categorie economiche si sono mosse ed hanno avanzato proposte migliorative, ma i tempi stretti imposti dalle scadenze elettorali non ci sono stati amici. Abbiamo richiesto di rispettare i vincoli europei e internazionali, in particolare quelli che definiscono l'origine dei prodotti tessili. Il made in Italy deve essere riconosciuto dai prodotti che sono confezionati e realizzati in Italia, non in Cina. Secondariamente, comprendendo le necessità delle filiere a monte delle confezioni, ben venga l'etichettatura di tracciabilità, in forme semplici ma capaci di dire al consumatore da dove viene il filato, da dove il tessuto e se il prodotto, nelle sue diverse fasi, sia stato realizzato nel rispetto di standard di sicurezza, salubrità e nel rispetto dei diritti delle maestranze che lavorano nel settore».
Resta poi il problema che l'Unione europea non accetta il principio della tracciabilità obbligatoria. «Bisogna provarci - dice Bocchese - Può sempre essere incentivata la tracciabilità su basi volontarie, magari agganciandoci vantaggi fiscali e stimoli finanziari. C'è poi l'aspetto critico dei controlli. Posto che devono essere garantite per legge tante cose, ad esempio la composizione effettiva dei prodotti: chi controlla? Mi risulta che poteri effettivi li abbiano le Camere di commercio e i loro laboratori di analisi, ma che manchino le risorse economiche per andare sui mercati, comprare i campioni e sottoporli a esame. Per questa strada i nostri competitor, quelli con pochi scrupoli, continueranno a sfornare prodotti fasulli e anche pericolosi, perché pieni di coloranti e di prodotti chimici vietati. Ecco un altro fronte su cui bisognerebbe agire, quello della cultura della qualità e della correttezza. Dobbiamo far capire a chi compra il prodotto taroccato, che sta correndo dei rischi per la sua salute personale».

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