NR. 44 anno XVI DEL 24 DICEMBRE 2011
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Come la riducono… la Costituzione Italiana

di Italo Francesco Baldo

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Come la riducono… la Costituzione Italiana

È ben noto che la Costituzione dello Stato Italiano fu redatta dopo il referendum del 2 giugno 1946. Il modo di essere dello Stato fu la Repubblica e la forma di gestione la democrazia. Il popolo sovrano decise solo il modo di essere, al resto pensò la Costituente, che con uomini di indubbio valore etico, politico e giuridico, affrontò il delicato compito non su una visione teorica dello stato, ma su quella della conciliazione delle diverse istanze che il popolo italiano aveva manifestato alle elezioni. I principali raggruppamenti, quello di riferimento cattolico, quelli comunista, socialista e qualche altro minore, ma non per questo di minore validità, formularono nel giro di un anno e mezzo quella che è ancora la Costituzione dello Stato italiano. Non ci sono state variazioni significative nei principi, solo cambiamenti nella parte che indica come amministrare lo Stato. Il metodo adottato fu quello del convergere il più possibile delle forze politiche verso l'equilibrio tra le istituzioni, pur nella loro autonomia, e nella preminenza del Parlamento, e ciò determinò quella prassi a volte palese e più spesso nascosta, di conciliare le diverse istanze. Fino a che vi furono personalità insigni, la prassi della conciliazione produsse la rinascita dello Stato e la ricostruzione. Non venne mai sostanzialmente meno neppure quando si costituì il modello del centro-sinistra, che governò l'Italia fino al 1992, pur con la breve parentesi dello strano compromesso storico tra Moro e Berlinguer. Moro sostenne la necessità che il sistema politico italiano poteva sopravvivere se aveva sia regole precise, sia la disponibilità al continuo compromesso per ricercare la possibilità stessa della stabilità. Sandro Fontana riepilogò con le seguenti domande l'arduo compito di Moro (e della Dc): «Come conciliare l'estrema mobilità delle trasformazioni sociali con la continuità delle strutture rappresentative? Come integrare nello Stato masse sempre più estese di cittadini senza cedere a seduzioni autoritarie? Come crescere senza morire?».

Ne nacque fino al 1992 e perdura in molti politici, questa prospettiva. La fine del compromesso fu segnata dalla rivincita della sinistra comunista, nel frattempo trasformatasi in Partito Democratico, mediante la stagione di mani pulite, che però non lavò tutto il corpo politico e di cui invece c'era gran necessità. La discesa in campo di Berlusconi prospettò un altro modo di fare politica, quello maggioritario. Chi vince le elezioni governa, rispettando l'opposizione, ma perseguendo la propria strada politica. I primi ad approfittare di ciò furono Prodi, d'Alema e soprattutto Amato tra il 1996 e il 2000. Come governi con l'aiuto del Parlamento cambiarono perfino parte della Costituzione e non ascoltarono certo l'opposizione, era finita l'era della conciliazione e soprattutto del compromesso. Il successivo governo, guidato da Berlusconi si mosse nella stessa direzione, ma fu accusato di non essere conciliativo e soprattutto compromissorio. La vittoria successiva di Prodi e della sterminata sua coalizione durò nemmeno l'espace d'un matin. Berlusconi non cedette a possibili "inciuci" e le elezioni lo riportarono al governo. Ma la voglia di compromesso non ha mai abbandonato alcune forze politiche, ancora ben strutturate nella visione di partito. Il muoversi continuo di Casini, Rutelli, Bersani e da ultimo anche di Fini, segnano questo. Non un ritorno alla conciliazione, ma al compromesso, ovvero le classi dirigenti, decidono loro come governare, al popolo sovrano spetta solo il votare i propri rappresentanti, la gestione la facciamo noi. Vi è nella prospettiva attuale di molti uomini politici il desiderio di stabilire loro gli equilibri tra le parti dello Stato e della società. In fondo l'affermazione di Machiavelli che «i cittadini viver liberi non sanno», è presa come indicazione massima per il potere. Facciamo noi, decidiamo noi, la politica oggi non diviene come per gli statisti di maggioranza e di opposizione d'un tempo conciliazione per la migliore soluzione, ma per affermare il proprio potere soprattutto individuale, mettendo magari in crisi proprio quello Stato che si dice di voler servire.

 

nr. 30 anno XV del 28 agosto 2010

 

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