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«Sparare sulle Istituzioni significa arrecare un grave danno al Paese», afferma l'on. Gianfranco Fini, terza carica dello Stato. Ben detto. Anche l'ultimo sindaco dell'ultimo Comune d'Italia è un'Istituzione che va rispettata. Per certi aspetti, infatti, rispettare le Istituzioni equivale a rispettare se stessi in quanto cittadini detentori di importanti diritti e soggetti a precisi doveri.
L'on. Fini avrebbe potuto aggiungere che sparare sulle Istituzioni, cioè colpirle ingiustamente, arreca solitamente anche un grave danno e a volte un'irreparabile lesione all'onore delle persone che le incarnano in quel dato momento storico. Ne seppe qualcosa, per fare un esempio tra i tanti, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, cacciato dal Quirinale sull'onda di una campagna giornalistica rivelatasi anni dopo del tutto falsa, ma cavalcata con ferreo cinismo dal Pci di Enrico Berlinguer e subìta da una Dc ancora tramortita dall'assassinio di Aldo Moro. Per non parlare del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che fu trattato dall'universo mondo come un povero mentecatto e che il Pds di Achille Occhetto, la Rete di Leoluca Orlando Cascio e i radicali di Marco Pannella accusarono di tradimento della Costituzione con relativa richiesta di impeachment. Salvo poi, l'altro ieri, piangere l'illustre defunto e spargere fiori virginali sulla sua tomba.
La riflessione del Presidente della Camera va comunque approfondita e precisata, perché ci sono anche altri modi per attentare alla saldezza delle Istituzioni repubblicane. Si dà il caso, infatti, che in un sistema democratico l'Istituzione sia per sua natura super partes. Chi è chiamato a una carica istituzionale cessa di essere uomo di parte, identificabile con un partito, e da quel momento diventa simbolo di cristallina affidabilità per tutti i cittadini, per quanto diverse siano le loro opinioni e le loro scelte politiche. Cossiga, divenuto Presidente della Repubblica, restituì in un'apposita cerimonia pubblica la tessera di iscritto alla Dc proprio per marcare la diversità del suo nuovo impegno istituzionale rispetto ai precedenti incarichi governativi e di partito. La democrazia, infatti, con il suo diuturno e duro confronto, ha bisogno vitale di spazi neutri, di porti sicuri, di persone arbitrali a cui i contendenti possano fare riferimento nonostante tutto ciò che li divide. Sono questi gli spazi garantiti dalle Istituzioni e nessuno può violarli senza mettere in crisi l'intero sistema.
Ora, la vera e inescusabile colpa dell'on. Fini non è di essere reticente o impreciso in materia immobiliare, ma di piegare la terza carica dello Stato ai propri personali interessi. Fini ha fatto l'esatto contrario di quello che doveva essere il suo dovere di uomo delle Istituzioni: invece di elevarsi super partes, ha freddamente utilizzato la visibilità e il prestigio che gli offriva la Presidenza della Camera per creare la sua "parte" e gettarla fragorosamente nell'agone politico. Le opposizioni coprono, incoraggiano e sostengono l'intera (e anticostituzionale) operazione perché sembra riuscire ad un sincero ammiratore dello statista Mussolini quello che non è riuscito ai partiti ex comunisti: disarcionare per sempre l'odiatissimo Berlusconi.
Al momento non si sa se il tentativo andrà realmente in porto. È cosa certa, invece, che qualcuno ha sparato un colpo micidiale contro il prestigio e l'affidabilità della terza Istituzione repubblicana. Con grave danno per il Paese.
nr. 30 anno XV del 28 agosto 2010