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La lettera agli italiani, al Paese, pubblicata sul Corriere della Sera, di Walter Veltroni mi è apparsa come una riproposizione del clima del Lingotto del 27 giugno 2007. Ma sono trascorsi tre anni e non tre anni qualsiasi. Un periodo di sconvolgimenti sociali, economici, politici e culturali, non solo in Italia, ma nel mondo. In quella circostanza Veltroni esprimeva una sua speranza: «Fare un'Italia nuova. È questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l'Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé. ...Il Partito democratico, il partito dell'innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese...».
Una speranza che il suo partito, altri partiti, hanno accolto ma non come un sogno da fare proprio e da realizzare ma come uno strumento per scardinare il consenso del grande nemico. Ritrova nel suo risultato elettorale del 2008 «quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio» la legittimazione a rivolgersi ora agli italiani ma contemporaneamente deve ammettere la sconfitta e ne rivela il lato amaro «Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie». L'attuale sua lettera al Paese, scritta con passione, ripropone il romanticismo del Lingotto, recupera la chiave moralistica del grande appello al popolo del PD, ma cede rapidamente alla dimensione di un testamento politico. Il tentativo, pur nobile, di porsi un passo avanti rispetto alle diatribe e alla rissa costante della politica italiana, non solo della destra come pare indicare, cede comunque alla lusinga della minima dimensione comune di tanta sinistra attuale, l'anti berlusconismo. Non presentato in maniera becera come siamo soliti leggere, ma comunque ponendo nel superamento di Berlusconi la chiave indispensabile per aprire la porta ad un futuro migliore. Scrive: «Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico». Ancora una volta si arrende alla lusinga della definizione del bene e del male, dove, evidentemente il male è patrimonio del nemico. Credo che il problema dell'Italia di oggi non sia Berlusconi ma sia proprio l'anti berlusconismo che riduce il livello della competizione elettorale, del confronto, alla dimensione di uno scontro estremo, senza limite, senza proposta che non sia slogan e demagogia, senza una strada riconoscibile verso il tanto decantato riformismo. Walter Veltroni scrive ancora «Solo così (cioè una volta liquidato Berlusconi) sarà possibile affrontare, in un clima civile, l'indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana". È l'ammissione, orgogliosa, della supremazia intellettuale della sinistra politica: la Costituzione può essere ammodernata, ma solo dalla sinistra. È un limite enorme, un limite che a volte, specularmente, abbiamo notato anche nella destra. Ma è, in questo contesto, la dichiarazione di resa di Walter Veltroni. Non sul terreno politico, sulla tecnologia della politica, ma proprio sulla concretezza della democrazia. Walter Veltroni ritorna al Lingotto, al sogno mancato, ma non per responsabilità di una destra dirompente, allora, ma di una sinistra inconcludente, ora.
nr. 30 anno XV del 28 agosto 2010