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Confesso che è stata una forte ma momentanea tentazione quella di parlare di don Sciortino e di Famiglia Cristiana, ma l'ho subito respinta: che senso ha correre dietro al clone clericale di Marco Travaglio? Nessuno. Meglio, molto meglio, commentare l'ultimo discorso fatto al Meeting di Rimini dal card. Angelo Scola che, come un tempo accadeva al card. Martini, ormai riscuote attenzione e rispetto anche in ambienti solitamente sospettosi e prevenuti nei confronti della fede cristiana. L'ex arcivescovo di Milano, però, non si sarebbe mai sognato di scrivere una relazione biblico-teologica utilizzando la trama di quattro film come Matrix, Memento, Fratello, dove sei? e Il concerto. Invece il patriarca di Venezia, per parlare di Dio all'uomo d'oggi, proprio questo ha fatto nella sua ampia e complessa relazione Desiderare Dio. Chiesa e post-modernità.
In essa Scola mostra come il desiderio di Dio sia inscritto realmente nel cuore di ogni uomo, nel quale sono rintracciabili gli elementi di una "grammatica" originaria di cui Dio si serve per raccontare Sé al mondo e rivelarsi con un linguaggio comprensibile a tutti. È evidente l'influsso del Saggio in aiuto di una grammatica dell'assenso in cui il card. Newman distingueva un assenso alla verità puramente intellettuale, astratto, e uno reale, scaturente dalla volontà. Scola va però oltre Newman, perché cerca di superare il dualismo intelletto/volontà e di trovare il punto in cui la grammatica della ragione si fonde con quella del "cuore" e dà vita a un dialogo concreto tra Dio e gli uomini.
Per recuperare questa unità di fondo è necessario sapere, afferma il cardinale, che «Dio non è "altrove" rispetto alla realtà, ma è "dentro" la realtà. E questo nel senso preciso che la costituisce qui ed ora, la crea facendola partecipare del Suo stesso essere: «Il mondo è stato fatto per mezzo di Lui» (Gv 1,10). Un Dio fuori dalla realtà sarebbe un puro prodotto della nostra immaginazione (...). Sarebbe un Quid incomunicabile, non suscettibile di essere conosciuto da tutti gli uomini».
Questo fondamentale passaggio della relazione si presta a tre rilievi. Il primo: se il mondo, la realtà, la storia partecipano, sono cioè parte dello stesso essere di Dio, rischia di venire incrinata la trascendenza, l'assoluta alterità di Dio rispetto alle sue creature. Il secondo: questa sorta di familiarità tra l'essere di Dio e quello del mondo rischia di velare e compromettere la stessa inaudita novità dell'evento cristiano (e-venio, vengo da fuori, non da dentro il mondo). Il terzo: la posizione di Scola ricorda molto da vicino il metodo di immanenza teorizzato dal filosofo Maurice Blondel, che perveniva con un'unica dimostrazione non solo alla necessità di un Assoluto trascendente ma anche alla necessità del Dio della fede. L'esigenza, infatti, il desiderio del Dio cristiano erano per Blondel inscritti nella stessa natura umana. In una parola Blondel non distingueva l'ambito della filosofia da quello della fede. Tale distinzione è invece necessaria perché la ragione mostra solo la necessità della trascendenza dell'Assoluto (esso è sempre "altrove") e la fede, invece, ci dice che dentro la natura umana non c'è nulla che rimandi a un Dio che muore e risorge sotto Ponzio Pilato perché l'evento salvifico cristiano è un atto libero, cioè del tutto imprevedibile, di Dio. Per questo di esso non può esserci alcuna premonizione "dentro il mondo", nonostante Blondel e modernisti come Laberthonnière fossero convinti, un po' come Scola, del contrario.
nr. 30 anno XV del 28 agosto 2010