NR. 04 anno XVII DEL 4 FEBBRAIO 2012
la domenica di vicenza
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Giacomo Zanella, il poeta dell’unità d’Italia di Italo Baldo; Il gioco delle parole di Mario Giulianati

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Giacomo Zanella, il poeta dell’unità d’Italia di I

Giacomo Zanella, il poeta dell’unità d’Italia di Italo Baldo

 

Prima che finisca quest’anno, il 2011, anno in cui si è ricordato, celebrato, talora studiato il processo che ha portato all’Unità d’Italia, proclamata il 17 marzo 1861, non possiamo non porre in primo piano colui che fu detto “ il poeta dell’unità d’Italia”, il vicentino Giacomo Zanella. Il poeta, l’ uomo di riflessione, l’uomo di scuola che fece dell’italianità la sua ragione di essere impegnato nel mondo, accanto a quell’altro grande impegno che svolse con precisione e pietà, quello di essere sacerdote della Chiesa. Sempre consapevole che non ci deve essere frattura tra i due mondi, perché essi sono complementari e ognuno nel suo ambito deve contribuire al bene dell’uomo, dell’italiano.

Giacomo Zanella, il poeta dell’unità d’Italia di I (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Coltivò fin da giovanissimo l’amore per l’Italia e l’ideale di una sua unità. In moltissime sue composizioni poetiche questo è rintracciabile e in lui emerge costante una tensione che non si ferma al tempo suo presente, ma offre ancor oggi spunti di riflessione e di attenzione ai problemi complessi dell’uomo che vive nel creato e nella società.

Proprio perché esempio di amore per l’Italia, senza particolarismi, il poeta dell’Astichello va ricordato e proposto. Non c’è futuro, infatti, se non consociamo il luogo nel quale viviamo, la sua storia e non li amiamo e non costruiamo con intelligente passione la nostra vita che non si esaurisce nell’attimo e nella singolarità, ma sa coniugare il passato con il presente per il futuro verso il vero fine della società, che è sempre il bene, come appunto fece Giacomo Zanella.

Giacomo Zanella amò e celebrò l’Italia, come tanti altri poeti e scrittori fin dall’antichità, nei molti suoi aspetti, da quello naturale e paesaggistico, a quello religioso, culturale, scientifico, artistico e storico sia nell’antichità classica, sia nel Medioevo sia nel Rinascimento, nell’epoca moderna e in quella a lui contemporanea. In particolare il poeta mostra fin dalle prime composizioni il suo “amore” per un’Italia, che lui, profondo conoscitore di Dante e del suo poema, non voleva “ Serva… di dolore ostello,/ nave sanza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” In una delle sue prime composizioni L’uomo è nato alla società del 1846 scrive: “Pe’ tuoi giardini, Italia,/ innamorato io movo;/ Dal Brennero al Vesuvio/ Fratelli ovunque io trovo;/ Non come estranio accolgo/ I figli della Dora,/ Quanto cortese è Flora,/ Cortese è il suol Roman”. Per proseguire ricordando sempre che le italiche terre sono belle agli stranieri e ai suoi abitanti in ogni suo luogo: “Onde Italia è sì bella a’ passeggieri”, e “chi non lo ama, ancor che nato altrove”,  questi angoli ridenti d’Italia!

La cultura di un luogo, di un paese è linfa vitale; nel corso dei secoli l’Italia fu stanza di geni: scrittori, poeti, pittori, scultori, scienziati, uomini d’arme e uomini di fede. Un’Italia costretta al sonno dalle straniere dominazioni, deve ritrovare il suo nome, ergersi ad essere consapevole di sé. Zanella ha una visione complessiva, e non ha una visione “provinciale”, ma aperta e consapevole, non fa mai del campanilismo, conosce e apprezza le differenze dei popoli in Italia, ne apprezza lo specifico, quasi a dire che l’unità è nelle differenze, che si riconoscono in un sentire comune. Questo non è solo un vagheggiar politico intorno all’Unità, ma un sentimento, un modo di essere.

La formazione culturale di Giacomo Zanella avvenne all’interno del Seminario Vescovile di Vicenza a partire dal 1833, dopo un periodo di frequenza dell’Imperial-Regio Ginnasio Liceale di Vicenza, oggi “A. Pigafetta”. Il 6 agosto del 1843 fu ordinato sacerdote. In questi anni inizia anche a comporre le sue prime poesie, e a manifestare il suo amore per la patria.

Nella tranquilla ricerca e meditazione di Zanella, il 1848 prorompe come un fulmine a ciel sereno. Giacomo Zanella seguì gli avvenimenti, ma non si impegnò direttamente, come altri sacerdoti, tra cui Giovanni Rossi e Giuseppe Fogazzaro, nel governo della città, ma con il suo impegno mostrò quale dovesse essere la direzione dell’impegno Al termine degli avvenimenti scattò la repressione austriaca e molti andarono esuli. Anche nei confronti del clero e di Zanella. In effetti, la polizia perquisì nel 1850 il Seminario e Zanella fece appena in tempo ad eliminare delle poesie patriottiche Le vicende della vita di Zanella proseguirono con iniziali difficoltà, anche di ordine economico, ma poi diresse alcuni Licei veneti e in essi insegnò, in particolare in quello vicentino e in quello padovano. Proseguiva intanto il suo amore per l’Italia, che trovò massima espressione poetica nel 1865 con il centenario dantesco e la composizione della poesia A Dante Alighieri. Con l’unione delle province Venete al Regno d’Italia nel 1866, Zanella fu chiamato ad insegnare all’Università di Padova, Letteratura Italiana, ne divenne anche Rettore, per chiudere la sua vita a Cavazzale, nel “villetta”, dove trovò quella dolce pace e nell’idillio, come cheto scorreva l’Astichello.

Per Zanella non si ha una vera società non con l’unione dei corpi, ma delle anime intelligenti e libere e giuste e l’Italia unita avrebbe dovuto essere questo e per questo si adoperò sempre, ricordando i martire del 1848 e stimolando con la riflessione e la poesia, assegnando anche un grande compito al clero. Nell’esporre la propria visione della nazione italiana, Zanella si richiama sempre ed esplicitamente al volere divino, che governa il mondo; infatti, “la legge divina ha segnato ad ogni popolo i propri confini”, e quindi non vi possono essere dominazioni, e se l’Italia che “ha perso indipendenza, libertà, gloria” non ma mai perduto però la religione, la cattolica.

Così Vicenza, un simbolo del Risorgimento italiano, la cara Vicenza, come la chiama spesso Zanella, è patria di quel liberalismo cattolico che sapeva trarre il meglio dalle istanze di libertà e di valore della cultura e della fede, della religione e della patria, e diceva “i nostri nepoti meraviglieranno, che possa esservi stato mai tempo, in cui fosser divise”.

Certamente la storia è andata per altra strada, ma dobbiamo anche affermare che propria a Vicenza “i nepoti” di cui parla il poeta costruirono dopo la fine della dittatura fascista una nuova stagione di vicinanza tra religione e politica, quasi, forziamo un po’, a ripetere, in piccola parte, l’ideale del liberalismo cattolico risorgimentale Oggi il poeta per i soliti intellettuali ciò non è certo “alla moda”, ma per Zanella la politica deve essere congiunta ad una visione superiore e religiosa, perché l’uomo” ultimo giunto” comprende “il cenno divino per novo cammino”. Questo è per il poeta il destino della nazione italiana, della patria, di quel dolce lido cui approdò, con fatica, una lunga stagione di sacrifici di giovani che nell’ideale, congiunto alla fede trovarono il significato della loro vita.

È nell’animo veneto, velato di romanticismo, ma in realtà di una classicità che incontra la modernità, come nel sacerdote Zanella, chiedere un’Italia unita, ma non solo; è un ideale, ma anche una realtà concreta. come lo voleva il Guicciardini ad esempio o speranza come la chiamava il Tommaseo. E dalle sventure, l’Italia è risorta e non v’è più il pianto come nel Nabucco di G. Verdi, ma si tratta di operare per costruire nell’unità quel bene civile di cui vi è sempre necessità e che non si riduce al tema del vantaggio economico. Una patria apta nobis et nihil obnoxia (adatta a noi e non gravata).

Non elencheremo qui tutte le composizioni in poesia e prosa di Giacomo Zanella sull’Unità Italiana, rimandando per questo ai volumi editi in occasione del centenario della morte del poeta nel 1988, ma invitando a considerare quello edito dal Comune di Monticello Conte Otto che ha voluto celebrare per impegno del Sindaco Alessandro Zoppelletto e dell’Assessore alla cultura Maria Luigia Michelazzo con un’antologia l’illustre concittadino.

 

A noi non resta che chiudere questo ricordo con una composizione:

 

L’uomo è nato alla società

 

“ Pe’ tuoi giardini, Italia,

innamorato io movo;

Dal Brennero al Vesuvio

Fratelli ovunque io trovo;

Non come estranio accolgo,

 i figli della Dora,

Quanto cortese è Flora

Cortese è il suol Roman.

 

Il mondo in riva al Tevere

 Anch’io festeggio, anch’io

 Spero tenor di splendidi

 Destin del Nono Pio!

 Disvelati, o Partenope,

 Alle pupille mie

 Ch’io beva l’armonie

 Diffuse per tuo Ciel!...

 

Terra gentil d’Italia

De’ geni antiqua stanza,

Potessi i begli studi,

Ogni mia mite usanza,

Potessi al duro apprendere

Di rupi abitatore!

D’ogni selvaggio core

Scioglier potessi il gel!

Io fuor dell’antro i barbari

A me d’intorno appello;

Ad essi il sole annunzio

D’un secolo novello;

Dischiudo le molteplici

Dovizie dell’ingegno,

I be’ costumi insegno,

Infiammo dell’onor.

 

Oh! dagli urali inospiti

All’infocata sabbia,

Quando sarà che taccia

Ogni fraterna rabbia?

Taccia la guerra? e i popoli

In dolce nodo uniti

Odan per tutti i liti

Amor sonare, amor?

 

Italo Francesco Baldo

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