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Filibustering o filibusteria?
Che in Italia sia in corso, da tempo, sul piano dei rapporti tra i vari livelli della democrazia sostanziale, ma anche relativamente a quella formale, una rivoluzione morbida è ormai fuori dubbio. Si pensi alle lotte che si sono svolte prima degli anni ‘70 del secolo scorso per giungere alla nascita delle regioni e, quasi contemporaneamente, alla nascita del sistema amministrativo decentrato nei comuni. Le due situazioni, che possono apparire molto diverse tra loro, appoggiavano, al contrario, sulla medesima filosofia politica: avvicinare, ai vari livelli, la “gente” alle istituzioni e in particolare alle sedi delle decisioni. Oggi, anche per responsabilità di tantissimi soggetti politici, di tutti i partiti e movimenti, le circoscrizioni sono pressoché sparite e soprattutto, anche la dove resistono pur in forma assai diversa, sono divenute dei semplici distributori di servizi. La “partecipazione” è da anni un elemento archiviato. Perfino nei consigli di amministrazione degli enti e aziende pubbliche la tendenza è quella di nominare un unico soggetto che comunque lo si definisca è in effetti un “commissario”. Positivo il fatto sotto il profilo delle retribuzioni, negativo sotto quello del controllo e della partecipazione democratica. Si sta già parlando di revisione degli assetti regionali. Si parla di macro regioni, e contemporaneamente si svolge tutta una informativa per sostenere, anche giustamente, la diminuzione delle rappresentanze parlamentari, consiliari sia regionali che comunali e, addirittura, la cancellazione, di fatto, delle assemblee consiliari provinciali. In realtà ad ogni livello viene avviata la riduzione della rappresentanza territoriale, sociale, economica, culturale. Il tutto, ripeto con qualche buona ragione, dichiarando che lo si fa per razionalizzare e per far diminuire il costo della politica. Ma la politica, almeno in Paesi come il nostro, si accompagna alla democrazia e quindi alla partecipazione. Piaccia o non piaccia il cuore delle democrazia è la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. E ancora una volta, piaccia o non piaccia, questa ha un costo. Un costo economico se c’è - Un costo politico se non c’è - Le rappresentanze popolari non rappresentano il costo maggiore della politica, almeno non tutte, anche se è giustissimo rivederne la dimensione, ma questo costo è rappresentato soprattutto dalle innumerevoli incrostazioni che si sono sovrapposte nei decenni.
Un “parlamento” autenticamente democratico abbisogna, a qualsiasi livello ci si ponga (Comune, Provincia, Regione, Camera e Senato) di una Maggioranza di Governo e di una Opposizione di Controllo. Anche per diretta osservazione mi permetto di dire che una buona Maggioranza esiste là dove esercita il suo ruolo una ottima Opposizione. Per svolgere il suo compito, che non è per nulla secondario, una Opposizione deve, anzi ha diritto di avere degli strumenti adatti e tra questi, con buona pace di quanti, il dott. Gerardo Meridio in testa, ma non solo lui, ritengono di stracciare uno degli strumenti che consentono ad una Opposizione di svolgere il proprio lavoro: l’utilizzo dell‘ostruzionismo consiliare o filibustering, strumento certamente assqai delicato e da non utilizzare se non in casi eccezionali, ma nemmeno da demonizzare. Dice (Giornale di Vicenza) il dott. Meridio: «La delibera (quella che cancella l’ostruzionismo dal regolamento - ndr) consente al sindaco di bloccare oltre agli emendamenti anche l’utilizzo di centinaia di ordini del giorno)». In pratica toglie alla Opposizione ogni possibilità di incidere, in qualche misura, sulle scelte della Maggioranza e libera la Maggioranza dal peso del reale confronto. Non credo che questo, come altri sostengono, faccia parte di un “inciucio” tra Maggioranza e qualche brandello di Opposizione. Salvo che non vi sia un fatto contingente non si tratta di favorire una specifica Maggioranza, perché in democrazia esiste l’alternanza. Credo piuttosto che sia una errata interpretazione della necessità dichiarata a tutti i livelli di una efficienza a tutti costi, magari anche a scapito del buon gusto. A parere mio questa proposta rientra in un disegno che non ha ne padri ne madri, ma è ormai generalizzato, e non da poco tempo, diretto a eliminare, per quanto possibile, proprio il fattore “partecipazione” alla gestione della cosa pubblica. Un piccolo gesto, quello vicentino, ma significativo di una mentalità che non ha molto a che fare con la democrazia sostanziale.