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Le celebrazioni per il 150 anno dalla proclamazione dell’unità d’Italia, che attendeva nel 1861 solo il suo completamento con il Veneto, la provincia di Mantova, Trento e Trieste sono pressoché finite. L’occasione, come per tutti i centenari, è quella di ricordare, ma soprattutto di riflettere sul valore dell’avvenimento o di un o più personaggi. Certamente per l’unità d’Italia le celebrazioni non sono mancate a partire dal 7 gennaio allorché il Presidente della Repubblica fece memoria della nascita del vessillo nazionale, che dal 1848 fu adottato con lo scudo sabaudo per il regno di Sardegna, poi d’Italia e dal 1948, senza stemma, dalla Repubblica Italiana. Via via quasi in ogni Regione, Provincia, comune, e spesso anche nelle case si è fatta memoria, come è stato attestato dall’esposizione della bandiera. Non è certo, come per il 1961, compito facile enumerare tutte le celebrazioni. Basti pensare a quelle del Vicentino che ha iniziato le celebrazioni nel Comune di Monticello Conte Otto il 21 gennaio 2011 e le ha terminate, intrecciando questo centenario con quello di Antonio Fogazzaro con un seduta del Consiglio Comunale di Vicenza che ha ricordato anche l’attesa che per Vicenza iniziò fin dal 1859 di una congiunzione con l’Italia-Stato e di cui fu chiaro testimone Antonio Fogazzaro diciassettenne con il suo scritto Saggio di protesta del Veneto contro la pace di Villafranca (Editrice Veneta 2011).
Vicenza ha dato come tantissime altre parti dello Stato Italiano il suo contributo, la sua affermazione di italianità. Tutto è stato accompagnato da numerosissime pubblicazioni di studiosi, di accademici, si studenti, di alunni, i discorsi non si possono enumerare. Molta retorica? Sì! Ma l’oratoria, ben lo sosteneva Cicerone, non è solo artificio linguistico, essa è anche servizio allo Stato, al bene comune. Come sempre in democrazia poi non sono mancate le voci contrarie, di coloro che, nostalgici di certo internazionalismo defunto, hanno fatto buon viso, ma in cuor loro ricordavano, pur tra le righe, che il Risorgimento fu solo un’esigenza delle classi dirigenti e non del popolo. Poi, critici, sono stati anche certi esponenti di un federalismo che, non fa memoria delle ragioni vere che portarono all’unità, dopo il fallimento della guerra federalista del 1848/49 e che vide proprio Vicenza, dimenticata nei manuali perfino scolastici, protagonista.
Ora tutto va in soffitta? Non i sono più occasioni per ricordare il grande valore dell’unità di uno Stato pur, come sosteneva il filosofo Rosmini, in una sua naturale diversità? Tutto, come i denari per le celebrazioni, è esaurito fino alla prossima occasione, magari quel 2016 dove si dovrà pur fare memoria del Veneto e della provincia di Mantova che entrarono a far parte dello Stato Italiano? Spero proprio di no! La celebrazione ha dato modo anche a qualche storico di aggiustare le valutazioni date in anni che furono, quando si negava che vi fosse stata partecipazione popolare al processo unitario, pochi hanno voluto disconoscere il valore di uno Stato e dell’impegno dei suoi cittadini che si manifesta non solo nella questioni economiche e finanziarie, ma anche e soprattutto nei valori di patria, intesa come casa comune di storia, di religione, di filosofia, di cultura, di arte, di musica. Provoca sempre una stretta al cuore ascoltare il “ Va pensiero…”, ma non siamo, noi Italiani, esuli in Babilonia, né oppressi da potenze stranieri, siamo liberi in patrio suol.
Credo che sia importante ricordare il valore dell’unità costantemente, perché i valori autentici debbono essere riaffermati e mai dimenticati. Infatti, proprio dalla dimenticanza voluta del Risorgimento è tramontato quell’amor di patria che non è mai ideologico, quando vissuto come chiara identità della propria storia, ecc. Non dobbiamo aver paura di noi stessi, di essere Italiani, perché se vi son difetti, bisogna invece considerare anche i grandi meriti che sono ben noti anche i tradizionali detrattori, come gli inglesi, che del Palladio sono innamorati e che hanno espresso uno dei maggiori storici dell’Italia risorgimentale, Denis Mack Smith.
Le celebrazioni ci hanno aiutato a questa riconsiderazione, lo spero, proprio perché hanno significato il valore della nostra storia e di quanto si è per l’Italia compiuto nel bene civile che spinge, pur considerando anche gli errori ad essere impegnati e a continuare sulla buona strada della vita associata che non può esprimersi solo in questione di “schei” come ben compresero i nostri avi: Giacomo Zanella, a Paolo Lioy, Fedele Lampertico, i volontari ticinesi, e poi Gaetano Costantini, Giovanni Durando, Giacomo Zanellato, Gianpaolo Bonollo, Sebastiano Tecchio, Don Giuseppe Fogazzaro, Mariano Fogazzaro, il poco ricordato Arnaldo Fusinato, Arnaldo Giuseppe Mosconi, Valentino Pasini, Lodovico Pasini, Maria Tagliapietra, Framarin Pasquale Ottavio, Domenico Cariolato, Luigi Loschi, Albèri Eugenio, Cabianca Jacopo, Facchinetti Giuseppe, Gentiloni conte Vincenzo (Filottrano (AN) 24 maggio 1812 – Vicenza X, Zambeccari Livio,, Bartolomeo Bressan, e tanti altri, donne e uomini, noti e meno noti.
Di tutti, nessuno escluso, occorre fare memoria, perché la storia è luce della verità e insegna. Dobbiamo cogliere questo insegnamento per l’oggi e soprattutto per il domani.
A suggello di queste considerazioni, una poesia di Giacomo Zanella.
Pel monumento dei caduti nella battaglia di Monte Berico. Il 10 Giugno 1848
Il pellegrin, che l’erta,
Vicenza mia, de’ tuoi colli guadagna,
E nella vista aperta
Della bianca di villa ampia campagna
L’animo pasce, o il portentoso inchina
Altar sacro de’ cieli alla Reina;
Tócco di meraviglia
E di pietà ne’figuranti marmi
Affiserà le ciglia;
E membrerà l’ardir supremo e l’armi
De’magnanimi tuoi, che del ritorno
fêro al nordico Sire amaro il giorno.
Più morbidi i giacinti
Vide aprile sbocciar sulla pendice;
E de’ gentili estinti
Negli squarciati petti la radice
Abbeverata, più brune le rose
Il sen fregiâr dell’eretenie spose.
L’erba i vestigî asconde
Dell’umano furor: la pia frescura
Delle serpenti fronde
L’ellera stende sull’infrante mura;
E dove arse maggior l’ira nemica
Più folta al vento tremola la spica.
Con ala inesorata
Le memorie de’ forti il tempo invola,
Se pietra storïata
Non segna il loco; e memore parola
Al pensier de’ nipoti non richiama
De’ ben vissuti la remota fama.
Uscite, o giovinetti,
È questo il dì: con me salite il colle,
Ove fraterni petti
Per noi di sangue colorâr le zolle.
Come oggi fiammeggiava il Sol di giugno;
Ma scintillar de’ mietitori in pugno
Già non vedea, come oggi,
L’adunco ferro; e vispe contadine
Sparse pe’ cheti poggi
Trarre a’ gelsi, cantando, il ricco crine;
Fluttüavano al Sol cento bandiere
Tricolorate, e fremean dense schiere.
Da’ tiberini lidi
De’ prodi accorso il fior qui, co’ tuoi figli,
O mia Vicenza, io vidi
L’ora anelar degli ultimi perigli;
E lo Svizzero l’onta del venduto
Sangue lavar con generoso aiuto.
O qual di schiera in schiera
Grido trascorse allor che dalle valli,
Che il Sol riscalda a sera,
Il tuon si udì de’ barbari metalli
Approssimarsi; e manifesto al guardo
Sulle vette spuntò l’ostil stendardo!
Immobili custodi,
O patria mia, del fulminoso sasso,
Qui stettero i tuoi prodi,
Come i trecento al glorïoso passo;
E sembrò che vittoria un’altra volta
Di lauro avrebbe la tua chioma avvolta[1][1].
Ma come smisurato
Serpe, che obbliquo si rigira e stende
I colli d’ogni lato
Cinge il nemico e a flutto a flutto ascende;
Della stretta città l’orïentale
Fianco percote e le bastite assale.
Vidi, né, mai dal core
Mi si torrà l’altera ricordanza,
Virtù contro furore
Balda avventarsi in disperata danza;
Volgere in fuga il vincitor la fronte
E d’alterni baleni orrido il monte.
D’accese curve io vidi
Solcato il ciel: di ferro una tempesta
Cadea fra i lieti gridi
Della città, che sulle torri in festa
Già delle squille mescolando il suono
De’Guerreschi tormenti il rauco tuono.
Cadesti, O mia Vicenza,
Sotto possa maggior; ma la bandiera,
Che t’implorò clemenza,
Fulminasti tre volte; e grande e fiera
Da’ carnefici tuoi torcendo il ciglio
Col tuo popolo uscisti a lungo esiglio.
O giovinetti! Il suolo
Sacro cerchiam! La valle ecco io v’addito
Ove nemico stuolo
Attese l’alba inosservato: il sito
È là d’ Azeglio; rassegnata a morte
Quinci volò l’elvetica coorte.
Qui, sulla sera al raggio
Di rosseggianti fiaccole, il Croato
Menò ballo selvaggio,
Di sacri abiti involto; e l’ululato
Dalle tue vie deserte e taciturne
Ripetean, patria mia, l’aure notturne.
L’are de’ nostri eroi
Qui stanno, o giovinetti. A’ forti esempi
L’alma infiammate or voi
Nati a veder più avventurosi tempi:
Pensate di che sangue e di che lutto
Voi raccoglieste portentoso frutto.
Rossor vi ponga e sdegno
D’ozï infecondi: alla natal contrada
Date il bollente ingegno,
Come i padri le diêro anima e spada;
Nominanza fra gl’Itali venturi
Per voi di forte e di gentil le duri.
[1][1] Il poeta si riferisce alla vittoria del 24 maggio 1848 contro il generale Laval Nugent von Westmeath, Principe Romano, nato a Ballynacor in Irlanda nel 1777 che comandò le truppe napoletane dal 1817 sino al 1820 per poi rientrare in Austria. Durante gli avvenimenti del 1848-1849 fu comandante militare, facente funzione di governatore civile nel Veneto; su incarico di Josef Radetzky comandò un corpo d’armata contro l’esercito sabaudo, ma fu anche a Vicenza, dove venne sconfitto dagli insorti. Nel 1849 fu elevato al rango di Feldmaresciallo. Morì a Karlovac in Croazia nel 1862.
nr. 03 anno XVII del 28 gennaio 2012