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S’inserisce negli anni sessanta il nome di uno tra i maggiori incisori dell’arte italiana del dopoguerra, Renato Volpini, quando Milano viveva una straordinaria e feconda vitalità che la elevava a centro mondiale dell’arte, in una stagione attraversata da radicali ricerche artistiche dallo Spazialismo, dal Nuclearismo, dal Concettualismo, dalla Pop Art, spiega Massimo Ruzzante. È il tempo dagli incontri d’eccezione, con Andy Warhol e Giacometti che si rivolgono a lui, e l’intesa con le opere di Man Ray, Lucio Fontana, Lam, Rauschenberg, Baj. Volpini aderisce al “moderno”, dialoga con le forti personalità dei Movimenti, vi si immerge rimanendo sempre se stesso: artista e artigiano. Dice: “cerco la bellezza, la qualità, non ho mai fatto un’opera uguale all’altra”. Con quel suo desiderio costante di sperimentare, datato anni Settanta, quando intuisce in anticipo sui tempi le potenzialità della tecnica, proiettandosi così nel futuro. Gode infatti di un’anima, che anela alla conquista di ulteriori mete. Non si trova nelle opere accademismo ma piuttosto risalta l’interrogativo di Gillo Dorfles, uno dei maggiori critici di Volpini, che gli chiese come le abbia realizzate e la risposta si trova nell’utilizzo del computer. I lavori in mostra risalgono alla grande stagione degli anni Sessanta in sintonia con elementi cosmico-spaziali e Dorfles rinnova lo stupore dell’ ”attualizzazione” e del “perfezionamento” nel non dimostrare le opere segni d’usura. Volpini garantisce l’originalità dei lavori, che per passione di ricerca, non si ripetono.