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Quando la norma dell’attività politica venga riposta nella ricerca del benessere, la democrazia degenera in una sorta di anarchia degli egoismi. (Augusto Del Noce) |
La Costituzione della Repubblica Italiana prevede il modo democratico di gestire la vita politica; la sovranità appartiene al popolo, ma sempre e comunque nelle forme e nei limiti della Costituzione, che diviene il riferimento fondamentale e che non dovrebbe essere interpretabile se non nelle forse della lingua italiana, non secondo, come spesso è avvenuto e avviene, nei modi del pensiero individuale o partitico.
Gli studiosi sono abbastanza concorsi nel ritenere la Costituzione democratica italiana una buona costituzione, giacché ha voluto e in parte risolto il conflitto ideologico, anche se questo non è mai venuto meno e dura a tutt’oggi, dove sembra in crisi, ma agisce ancora prepotentemente. Le differenze in democrazia sono riconosciute e importanti, ma sono differenze di un’unità, ovvero lo Stato, dove le diverse prospettive generali e particolari dovrebbero avere sempre in mente le finalità
che lo Stato stabilisce nella Costituzione e non si dovrebbe prevaricare la stessa Costituzione piegando, con le leggi, la stessa alle prospettive politiche dei partiti. Purtroppo nello Stato Italiano è sempre stata presenta la prospettiva che si doveva trasformare lo Stato Italiano stesso a propria immagine e somiglianza. La situazione politica internazionale in qualche modo lo esigeva, non dimentichiamo che in Italia aveva sede il maggior Partito Comunista dopo quello sovietico ed era attivo e poteva anche contare su frange del Partito Socialista e anche della Democrazia Cristiana, quelli che saranno chiamati i cattocomunisti, appoggiati perfino da qualche prelato e prete in vene di diventare assistente sociale e non curatore d’anime.
La situazione di conflitto tra parti ideologiche ha dominato lo Stato Italiano e la sua legislazione ne risente appieno. Lo Stato Italiano repubblicano erede di quello precedente ha accettato quasi naturalmente la visione “statalista”, che da una parte era vista come una sorta di impegno provvidenzialistico e dall’altra come la sola prospettiva per raggiungere i propri scopi. Più che dello Stato ci si preoccupava del corpo elettorale e delle sue richieste. Molte promesse, ma anche qualche realizzazione e sempre più a partire dagli anni Sessanta, sempre del secolo scorso, nella direzione in cui lo Stato assumeva la preminenza. Fu così per l’istruzione, per l’energia elettrica, per i trasporti, per non parlare delle eredità fasciste accettate, come il controllo statale delle banche e della finanza in genere, della telefonia, delle trasmissioni radio e poi televisive, ecc. Uno Stato onnipresente e che doveva occuparsi di tutto, cercando in tutti i modi di escludere i privati dai settori cosiddetti sociali, il privato. La sanità doveva essere pubblica e così fu. Le pensioni doveva essere solo coordinate dallo Stato e così fu, nonostante qualche tentativo contrario condotto dal Partito Socialista di B. Craxi, ma questo presidente agì quasi sempre nella prospettiva di sostituirsi al Partito comunista e adottare una prospettiva non privata o liberals, ma di impegno sociale dove lo Stato sarebbe stato comunque il protagonista.
Il crollo della prospettiva comunista realizzata in Europa a partire dal 1989 determinò un cambiamento, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi. Lo Stato Italiano con i suoi partiti subì il cambiamento, ma questo solo in apparenza dettato dalle questioni internazionali. La svolta di A. Occhetto e gli scudi ideologici che i soliti intellettuali gli misero avanti, none era che una trasformazione di parv
enza, non di sostanza. Il cambiamento in Italia fu dettato dalla lotta politica del controllo dello Stato. Tangentopoli non è un sussulto di impegno morale, la questione morale fu solo ed è, temo, solo un bel nome, dietro cui nascondere la propria volontà di comando. La magistratura operò soprattutto contro la visione che era ritenuta responsabile dello sfascio. Fatta eccezione per qualche aspetto marginale la sinistra comunista italiana non fu quasi accusata di aver intascato tangenti ma ora, come allora, si dubita seriamente di ciò. Tangentopoli fece emergere il vero cambiamento subito dallo Stato Italiano e soprattutto dalla concezione della democrazia che si aveva. Si continuava sempre, in particolare anche dopo i sussulti degli anni Settanta, a parlare con chiara convinzione di democrazia; a ciò gli intellettuali italiani soprattutto a sinistra, ma con qualche preciso esponente nel centrosinistra (la destra fu sempre esclusa, dato che diceva la sinistra, non ha capacità intellettuale, dimenticandosi che proprio il fascista Giovanni Gentile aveva fatto nascere nel 1925 proprio gli intellettuali organici alla politica) erano sempre pronti ad un dibattito ad una sottoscrizione, nel mentre, magari, accademicamente, sistemavano compagni e parenti e perfino qualche amante.
Poche voci, spesso zittite, ricordavano il vero valore della democrazia, essa degenerava sempre più, come mette ben in evidenza Augusto del Noce in una visione egoistica o gruppale di vantaggi soprattutto economici, vuoi per il partito, per le ditte collegate, comprese le cooperative di due colori, per i Centri di Studio collegati, per le Fondazioni culturali che editano un libro all’anno ancor oggi a spese di pantalone, da codice miniato, per le associazioni di tutti i tipi e generi, compresa quella per la salvaguardia e il benessere, quando vanno a mangiare a Roma alla buvette di Montecitorio per gli ex parlamentari.
La nascita di nuove prospettive nel 1994 che soppiantarono nel giro di due mesi il vecchio modo di intendere la politica, ebbero vita durissima e nel breve volgere di mesi furono sconfitte. La vittoria del raggruppamento delle forze antinovità fu in nome della vecchia politica e queste fini con il prevalere, nonostante qualche sforzo di cambiamento. La difficoltà consisteva non nelle idee, ma nella spartizione, dato che lo sviluppo della democrazia italiana era sempre in costante miglioramento economico verso i detentori del potere. Dove erano i combattenti le battaglie ideologiche? I Togliatti, i Nenni, i De Gasperi? Non se ne vedevano, anzi sempre più apparve chiaro che la battaglia politica era la battaglia della greppia e sempre a carico dello Stato, ossia
del debito pubblico. Gli Italiani gran risparmiatori, ma risparmiavano i propri denari, perché spendevano, tutti, i denari di tutti, ossia faceva debito le Stato e mai le famiglie. Fino a quando le vacche grasse o un po’ in dieta hanno retto, le cose son funzionate, ma quando la crisi mondiale ci ha investito, ecco la corsa forsennata ad accusare tutti e tutto, soprattutto i politici, dimenticandoci di quanto ciascun cittadino ha avuto dal debito pubblico. Accanto a ciò, si continuava a parlare del bene della democrazia, della partecipazione della responsabilità, ecc. ma come ben sostiene Franco Ferrari che ha ripubblicato il saggio dello Pseudoplatone Contro la democrazia (Milano, BUR 2008) «Quando la città retta a democrazia si ubriaca, con l'aiuto di cattivi coppieri, di libertà confondendola con la licenza, salvo a darne poi colpa ai capi accusandoli di essere loro i responsabili degli abusi e costringendoli a comprarsi l'impunità con dosi sempre più massicce d'indulgenza verso ogni sorta d'illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per poter continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi dal rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l'ha costruita e c'è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine, c'è da meravigliarsi che l'arbitrio si estenda a tutto, e che dappertutto nasca l'anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?». Allora bisogna parlare di fine della democrazia. Ma se la democrazia, questa, è morta, allora viva la democrazia!
Scrivevo nel 1998 che «in realtà si vive la crisi della democrazia soprattutto come crisi del solo mondo politico con cui essa vive nelle strutture governative (parlamento e governo)» ma si dimentica che quando la malattia insidia il corpo, il buon
medico non pensa solo alla parte, ma analizza tutti gli aspetti, affinché la cura di un arto non danneggi un organo e determini così uno stato peggiore. La cura, tangentopoli, è stata fatta, ma fu parziale e non investì lo Stato a partire dal ripensamento della Costituzione. La fine della Bicamerale e di ogni altro tentativo è naufragato perché si è voluto cambiare qualche arto e non si è voluto… volutamente… affrontare tutto il problema del corpo statale. Così la degenerazione è diventata grande e gli appetiti egoistici sono quello che maggiormente appare. Ancora una volta l’accusa è sempre rivolta agli altri, mai a se stessi, come se fossero solo i politici i responsabili, ma quante volte i cittadini, raggruppati spesso, hanno ricattato i politici, con la semplice paura. “non ti votiamo?” e quando le preferenze sono state tolte, allora l’appartenenza e la garanzia di dare il voto si è fatta addirittura maggiore, pur sconfiggendo i piccoli partitini.
La realtà del presente è ben evidente e i medici (i professori) chiamati a curare il malato: lo Stato Italiano, non esprimono che la necessità di adottare questa o quella medicina, ma non a indicare la via regia al cambiamento, quella che deve necessariamente ripensare tutto lo Stato, i suoi principi, la sua organizzazione. Ma ciò può avvenire se si avrà il coraggio, posso solo esprimere auspici, di ripensare la politica prima di tutto classicamente in termini etici e successivamente in quelli di soluzioni per l’arte del governo. È necessario spogliarsi del proprio logoro abito sia che sia di destra o di sinistra con tutte le variazioni possibili al centro. Forse i cittadini debbono riconoscere che l’abito è solo uno, quello verde, bianco e rosso e nella diversità naturale cogliere il bene dell’unità e della gestione di questo bene, che appartiene a tutti (repubblica) e l’amministrazione di questo bene civile richiede il concorso di tutti, con la difficoltà anche di rinunciare a qualche cosa per se stessi, consapevoli che l’unità è benessere, ma di tutti e questo non è solo nella quantità di debito che si può magari ancora pensare di contrarre.
Italo Francesco Baldo
nr. 16 anno XVII del 28 aprile 2012