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“Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza” afferma all’inizio della Metafisica Aristotele e conoscere il mondo significa percorrerlo in tutte le sue parti. Non sappiamo chi sia stato il primo viaggiatore, ma sappiamo che fu la curiosità a muoverlo dal dolce loco natio e portarlo verso altre parti del mondo e quando trovava degli ostacoli, cercava di superarli, inventando ponti, barche e quanto serviva a raggiungere l’orizzonte. Non è qui certo il luogo per trattare storicamente di tutti coloro che hanno percorso il mondo e ne hanno dato ampia relazione, talora con qualche fantasia, come Marco Polo e Antonio Pigafetta e certi viaggiatori del Settecento che descrivevano nei paesi esotici la presenza di esseri animali immaginaria come il “drago”, in realtà il Varanus komodoensis Ouwens. Ma le loro relazioni servivano a conoscere il mondo anche da parte di coloro che mai viaggiavano come Immanuel Kant che insegnava Geografia fisica senza essersi quasi mai allontanato dalla natia Koenisberga. Ancor più interessante è la relazione di viaggio del marinaio Selrik che, abbandonato in un’isola deserta per aver compiuto un assassinio, ebbe come compagnia una scimmia, nominata Marimonda. Ne fece tesoro Daniel Defoe per il suo Robinson.
Sarà però il secolo dei lumi che vedrà il Gran Tour per l’Europa, particolarmente per l’Italia, di gentiluomini, di studiosi, poeti e filosofi che considereranno, come anche noi, il viaggiare e il visitare direttamente i luoghi, la vera fonte della conoscenza. Un viaggio difficile, le comunicazioni non avevano la puntualità (?) odierna e non esisteva la facile prenotazione via internet, comunque si arrangiavano in alberghi più o meno decenti e lussuosi. Non era alla portata di tutti, nemmeno oggi il magnifico albergo Punta san Vigilio sul Garda, ma si riusciva a viaggiare. Tra i molti, come non ricordare quello intrapreso da Wolfang Goethe, il quale letteralmente scappò dalla corte di Weimar in Turingia per compiere il Gran Tour in Italia e del quale ci fa memoria precisa e attenta nel suo celebra Viaggio in Italia, iniziato il 4 settembre 1786 e terminato l’anno dopo. Una descrizione di luoghi, di monumenti, di caratteri, di annotazioni anche salaci e corredando il tutto di diversi disegni, talora dei po’caricaturali (cfr. quello all’avvocato Reccaini) che il poeta stesso si dilettava a tracciare. Passando il Brennero e percorrendo la via del Garda, giunse a Verona e quindi il 19 settembre a Vicenza, dove rimase fino al 27. Appena arrivato, dopo aver descritto la geografia dove vi è Vicenza, visita subito “il teatro Olimpico e gli edifizi del Palladio” facendosi guidare da un “grazioso volumetto con incisioni e osservazioni artistiche”. A queste nel suo “diario” aggiunge osservazioni acute e importanti: ” Quando ci si trova in presenza di simili opere d’arte, se ne apprezza subito il valore. L’occhio deve abbracciarne la grandezza e la mole effettiva. Lo spirito non può essere appagato solo dall’armonia delle dimensioni in astratto; ma anche dall’insieme delle prospettive nelle parti sporgenti e rientranti. E perciò io dico che Palladio è stato un grande nelle sue concezioni e nel mondo di estrinsecarle. La più grande difficoltà contro cui egli doveva lottare, come tutti gli architetti moderni, era quella di applicare i colonnati in un edificio civile; perché unire mure e colonne resta sempre una contraddizione. Ma come ha saputo ben combinarli e intrecciarli insieme! Come la sua opera s’impone e innanzi ad essa si dimentica che egli colle soltanto lusingarci ed illuderci! Vi è davvero qualche cosa di assolutamente divino nei suoi disegni, al pari del gran poeta che dalla verità e dalla finzione, sa trarre una terza forma la cui esistenza fittizia ci seduce e ci incanta….”. Ma in conformità anche ai suoi interessi, fa visita al dottor Turra che si occupava di botanica, disciplina che affascinava Goethe. Il dottore aveva fondato un orto botanico su invito del vescovo, ma poi, deceduto il prelato, l’orto era stato abbandonato. Memorabile la visita a La Rotonda e la partecipazione ad uno spettacolo e ad una riunione dell’Accademia Olimpica e sentì le dotte discussioni intorno al tema” Che cosa è stato più utile alle belle arti, lì’invenzione o l’imitazione?”
Goethe è stato il primo viaggiatore a darci una visione della città di Vicenza complessiva, comprendendo anche descrizione del popolo e dei bambini, non solo della città, come fecero altri. Lo stile del diario di Goethe ha fatto da battistrada a numerosi altri ed è difficile numerarli tutti, alcuni sono noti, altri sono magari ancora chiusi in qualche segreta biblioteca privata. Ricordiamo solo il lavoro Viaggio a Vicenza: storie di illustri viaggiatori, Venezia, Regione del Veneto, 1991, videocassetta.)
In tempi recenti 1989 il pittore tedesco Robert Förch (1931-) che spesso ha dipinto paesaggi italiani (Cividale, Rimini e il Rubicone) ci ha lasciato il suo Die Reise nach Vicenza. Begegnungen und fruchtbare Momente auf einer Malerreise. Eine Art Tagebuch (Dr. Schäfer-Druck, Stuttgart, s.d.). Il testo Viaggio a Vicenza. Incontri e momenti fruttuosi nel viaggio di un pittore. Una sorta di diario illustra il viaggio che Förch ha intrapreso giungendo in Italia attraverso la val Venosta, dove si sofferma in particolare a Malles, Bolzano, Trento e infine Vicenza. Le descrizioni sono di sentimenti di, monumenti e il testo è corredato anche da disegni e incisioni su linoleum.
Il testo di Goethe è ben noto e quanto abbiamo sopra riportato, attesta la grande ammirazione che il poeta ebbe per la nostra città, riproduciamo in traduzione italiana quanto Robert Förch ha scritto. La traduzione si deve a Loredana Padovani.
"Sopra i tetti di Vicenza"
Da Trento andai a Bassano del Grappa. Delle stanze che mi furono offerte lì, all’ “ Hotel al Nuovo Mondo”, scelsi, nella risonanza e nella suggestione della mia avventura presso il duomo di Trento, quella con vista su un ponteggio di fronte. Ma soltanto troppo tardi, al mattino successivo, risultò evidente che avevo fatto la scelta sbagliata. A causa del rumore dei motori che rombavano su dalla strada, che si era attenuato solamente alle due di notte, non avevo chiuso occhio. Questa circostanza è la semplice spiegazione del fatto che il giorno dopo a Bassano non riuscii a fare nulla e, abbattuto ed irritato, proseguii per la mia prossima meta, Vicenza.
Vicenza è, come universalmente noto, profondamente contrassegnata da Palladio, il grande architetto del Barocco italiano. Una delle sue costruzioni più importanti è la Rotonda nei dintorni di Vicenza, la cui tarda imitazione sta sul Rotenberg presso Stoccarda – la cappella funeraria del re Wilhelm e della sua sposa russa Katharina.
Scesi nel centro della città, tra le torri e le cupole di Palladio, stanco per la giornata caldissima. Scelsi la stanza, come mio solito, in base all’originalità dell’arredamento e alla vista che si godeva dalla finestra. Dalla camera potevo vedere una facciata che si sfaldava (con l’intonaco che si sfogliava) e alcuni tetti. Una vista che destava in me la necessità di vedere di più.
Riposandomi sul letto leggevo nella guida che Goethe era stato uno dei più famosi visitatori della città, che si era trattenuto 7 giorni a Vicenza. Montaigne, invece, il gentiluomo di Bordeaux, alla ricerca di medici che mitigassero (lenissero) la sua gotta, si era fermato solo un giorno e mezzo in città.
Al contrario di Goethe, Montaigne non ebbe neppure una parola di approvazione per la città. – La sua ricerca di un medico era, del resto, rimasta infruttuosa.-
Goethe, così riporta la guida, andò subito dopo il suo arrivo in hotel -sarà stato il mio?- fuori in città, armato di guide e quaderni di appunti. Goethe era un genio anche del viaggiare. Era un attento programmatore. Con precisione da contabile riportava le sue impressioni. Non si risparmiava. Non conosceva fatica. Pensando a questo saltai su dal letto, preparai le mie cose e scesi in strada. Vagabondare di palazzo in palazzo era improduttivo e stancante. Mi sarebbe piaciuto avere una vista della città, ma le torri erano chiuse perché pericolanti. E in lungo e in largo non c’era alcuna altura.
Anche il secondo giorno fu un fiasco. Alla sera rientrai sudato e lacero da una passeggiata su una collina nella parte sud della città. La vista sulla città era stata deludente a causa dell’eccessiva distanza.
Lasciando l’ascensore in hotel passai davanti ad una porta solamente accostata che al mattino era chiusa a chiave. Misi dentro la testa e vidi una scala che conduceva al piano superiore, in cui era messa ad asciugare della biancheria. Con istantanea decisione andai su attraverso le lenzuola umide, spinsi una porta di lamiera e mi trovai in mezzo a torri, cupole e tetti con costruzioni bizzarre e vedute sui meandri del centro storico. Ero sul tetto piano e catramato dell’hotel, alto sulla città nel crepuscolo – tutto era immerso (intinto) in una luce rosata.
Alla gioia si univa la paura di essere sorpreso in quel luogo proibito e di essere costretto a dare spiegazioni. Ma se io chiedessi prima, il portiere mi consentirebbe di salire qui? Così iniziai rapidamente a disegnare, perché tutto ciò che fossi riuscito a tracciare l’avrei poi potuto, in ogni caso, mettere al sicuro nel mio quaderno degli schizzi.
L’incipiente oscurità e l’ansia che aumentava posero una rapida fine al mio lavoro per quel giorno. Il mattino successivo avrei dovuto, mi piacesse o no, chiedere il permesso al portiere.
Questi mi disse, il giorno successivo, che non si poteva fare, perché il tetto non era destinato alle persone. Inoltre la porta era chiusa a chiave e lui non la poteva aprire. Gli spiegai che non era chiusa a chiave. In quel momento lui capì che io ero già stato lassù. Quando vidi che rideva dentro di sé ed esaminava con sguardo indagatore le mie scarpe, mi resi conto che avevo vinto. Così potei andare una seconda volta sul tetto ed ebbi la città di Vicenza tutta ben davanti ai miei piedi. Il portiere aveva limitato ad una mezz’ora il tempo in cui potevo stare, ma io superai del triplo il periodo concesso. In Italia non si prendono alla lettera gli orari.
Quando più tardi lasciai l’hotel con la mia valigetta, diedi al portiere un piccolo regalo. Lui mi disse di chiamarlo Bruno e io per lui dovevo essere Roberto, il pittore da Stoccarda.
Questi furono i tre giorni a Vicenza. – Quello che accadde ancora durante quel viaggio è presto detto. Per tre giorni restai al mare come un qualsiasi turista. Nel viaggio di ritorno volli visitare anche Mantova. Quel giorno era nato, però, sotto una cattiva stella. Avevo perso i miei occhiali da sole e così sprecai il mio tempo in un inutile girovagare, alla ricerca degli occhiali, per tutti i posti di Mantova in cui ero stato. Così proseguii la sera stessa per Trento con un nulla di fatto per vedere ancora di nuovo il mio palazzo col ponteggio. Ma il cortinaggio giaceva a terra, misero resto vicino alle impalcature smontate. Tutta la poesia era svanita. Allora mi venne in mente di nuovo Goethe: non si deve mai visitare per la seconda volta un luogo dove si è stati un tempo felici.
Rimasi ancora un giorno a Gossensass vicino al Brennero. Qui aveva trascorso una volta le ferie Ibsen. Il ricordo del grande spirito scandinavo è vivo ancor oggi.
Innsbruck fu la mia ultima tappa. Come epilogo del viaggio ebbi qui un ultimo inatteso incontro. In una pinacoteca mi trovai di fronte improvvisamente Paul Flora. Bevemmo insieme una piccola birra scura e parlammo dell’antica terra del Tirolo in cui lui era di casa e che io avevo appena visto e conosciuto in un piccolo viaggio. “
Italo Francesco Baldo - Loredana Padovani
nr. 23 anno XVII del 16 giugno 2012