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In occasione della fine del mio servizio educativo come insegnante di Storia e Filosofia al Ginnasio-Liceo Statale “A. Pigafetta” di Vicenza ho proposto agli studenti, che ringrazio pubblicamente tutti insieme ai colleghi con i quali si è sviluppata una proficua collaborazione, una riflessione sulla bellezza, traendo spunto da una predica del grande umanista Niccolò Cusano. Il filosofo l’aveva pronunciata nella cattedrale di Bressanone, di cui era vescovo l’8 settembre del 1456; fu stesa come era quasi sempre uso in latino, ma, come fu probabile, ad essa assistette anche il popolo, oltre al clero, fu pronunciata in volgare, cioè in tedesco. L’8 settembre era la festa della Natività di Maria, una festa di precetto che veniva celebrata con molta solennità e il titolo del sermone è: Tota pulchra es amica mea..
Nel sermone confluisce tutta la vasta cultura di Niccolò Cusano ed in particolare Il pensiero di Dionigi l’Areopagita e il testo De divinis nominibus e il commento al suo testo steso da Alberto Magno. Per le cure di Maria Luisa Gambato e con l’apporto della Editrice Veneta, il testo è stato pubblicato ed è disponibile. Il testo riassume tutta la concezione filosofica di Cusano in merito alla bellezza, che non viene considerata solo da un punto di vista estetico, ma nella sua importanza per tutto il pensiero, l’azione e la speranza umana.
Con chiarezza il pensatore avverte all’inizio della sua riflessione: “Poiché celebriamo la festa della natività della gloriosa Vergine, e cantiamo le parole del tema liturgico, ci converrà parlare della bellezza. Per primo ci sovviene il detto di Dionigi, là dove tratta della bellezza: è da notare che il bene è chiamato kalòs (“bello”), il bello kàllos (“bellezza”), quasi a dire che bene e bello sono nozioni prossime. Ma il greco kalò (“chiamo”) in latino si dice voco; infatti il bene chiama e attira a sé, e così anche il bello. Inoltre, ciò che è bello è detto anche formosum da forma (“bellezza”), e speciosum da species (“bell'aspetto”), e decorum da decus (“dignità”): perché ciò che è degno è anche amabile e bello.”
Cusano. infatti, coglie invece attraverso il senso, la bellezza intellettuale di chi è la sede della bellezza stessa, che si esprime nella “gloria di Colui che tutto move/ per l’universo penetra e risplende/ in una parte più e meno altrove”. Così la bellezza è un carattere ontologico delle cose e trovare la sua origine in Dio è autentica ricerca, che ci fornisce il vero carattere della bellezza che è splendore di forma ed armonia di parti proporzionate e per opera di Dio discende nella creazione. Per questo il mondo è bello e la bellezza non può che esprimersi nell’amore che è il fine delle cose, perché questo è anche il loro inizio. La bruttezza nasce dalla non comprensione intelligente del disegno divino, essa è frutto della sola considerazione sensibile, che non intende cogliere il nesso sostanziale di tutto il creato: “Essere nella gloria significa essere nella visione della bellezza ed essere uniti ad essa nell'amore”.
La riflessione cusaniana, apre proprio a considerare che il mondo è nato nella bellezza:” “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto bella” (Genesi, I, 31) e di questa vi è necessita anche nei nostri giorni. Troppo a lungo l’abbiamo trascurata, riducendola solo ad un fatto esteriore, a qualcosa che riguarda il piacere sensibile e basta, quando va bene, negando che essa investa tutto l’uomo, tutto ciò che riguarda l’uomo dal modo di pensare all’oggetto del pensare, dal bene, dalla giustizia all’utile. L’abbiamo negata anche là dove essa aveva un posto illustre, là dove essa era il punto di riferimento principale, tanto che si poteva chiamare “arte” solo ciò che era “arte bella”. Abbiamo chiamato “arte” qualsiasi cosa che si dicesse “arte”, cosicché questa, altro non diventata che l’espressione di un singolo pensiero che sostiene che è arte quello che io chiamo arte, riducendo ancor più la definizione che Dino Formaggio diede nel 1973: “L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”.
C’è bisogno di bellezza nelle parole: troppo le usiamo senza vera comprensione del loro significato, le addomestichiamo a nostro uso e consumo, le interpretiamo senza dare loro nessuna vera ragione. Le parole sono pittura delle idee, esse danno agli uomini la meravigliosa possibilità di comunicare, tanto che non possiamo immaginare un mondo senza parole. Di belle parole sia il discorso e non di quelle triviali che, pur esistenti, sono state sdoganate per illusione di liberazione. Si crede che con ciò sia possibile un’emancipazione, un affrancamento; si sostiene: nessuno mi può censurare, qualsiasi linguaggio io usi. Io, infatti, mi esprimo con le parole che “voglio” con un arbitrio assoluto. La parola non è importante, non ha vero significato se non quello che io le do e chi comprende, se proprio vuole comprendere, comprenda.
Che bisogno di bellezza nei nostri pensieri: essi non sono agglomerati di parole in fila, secondo un singolare arbitrio. È pensiero, si dice, tutto quello che il mio cervello elabora, senza alcun parametro di riferimento. Ogni uomo costruisce il suo pensiero, secondo quanto può, ma soprattutto secondo quanto vuole.
C’è bisogno di bellezza quando riflettiamo su ciò che è e ciò che entra in relazione con noi, sia esso l’Essere che solo l’uomo sa pensare, oppure gli esseri particolari, quelli che sono oggetto delle scienze. Le nostre parole, i nostri pensieri non possono essere casuali o frutto dell’occasione, dell’opportunità o essere semplicemente “al servizio”. Non si può pensare una scienza ad arbitrio e ad uso del singolo. Così facendo è il singolo che si lascia trascinare dalla propria corrente nella quale non riesce mai a bagnarsi che una volta e sempre in modo impreciso.
C’è bisogno di bellezza quando interroghiamo noi stessi e nella profondità del nostro essere, che chiamiamo anima, possiamo trovare il nostro autentico significato.
C’è bisogno di bellezza quando interroghiamo l’universo, questo cosmo nel quale viviamo e senza il quale noi stessi nulla saremo.
C’è bisogno di bellezza quando indaghiamo se il fondamento del nostro stesso esistere sia Dio, l’essere fondamento di tutto; quello che è e senza di esso altro non saremo che esseri vaganti senza significato.
C’è bisogno di bellezza nella riflessione morale, essa non è dettata dall’urgenza, dalle situazioni, ma con pacatezza deve cercare di riflettere su quale, tra le possibili azioni, possa portare al bene che si coniuga con la bellezza dell’atto da compiersi e lo considera, quando esso è compiuto, buono oltre che bello.
Nelle possibili azioni dell’uomo anche quelle che riguardano tutti gli uomini che vivono insieme vi è necessità di bellezza. Superando l’interesse individuale ci si apre ad una prospettiva di un’armonia tra le persone per ciò che può diventare bene civile, mediante leggi che sono giuste perché hanno insito in loro la prospettiva del bene. Lo stesso bene che guida anche le azioni volte alla ricerca del benessere dei nostri giorni, che è necessario, ma non è mai il fondamento se non per coloro che solo in basso sanno guardare o razzolare.
C’è bisogno di bellezza anche nell’estetica, ridotta sempre più a considerazione intellettualistica, dove nemmeno i sensi hanno più parte, quando semplicemente “vedono” quello che è definito, spesso con pensiero forzato, non si sa bene, come “arte”. La critica sassifica, diceva il poeta Giacomo Zanella, fin da giovani e fa perdere l’autentica relazione estetica, quella che si fa tale nell’incontro diretto con le opere, le quali vivono in noi e suscitano il desiderio di rincontrarle, di rileggerle.
C’è bisogno di riprendere la riflessione sulla bellezza perché essa tutto avvolge e in essa l’uomo trova autentico appagamento, ché, altrimenti, si limita a considerare ogni aspetto per se stesso o nella sola dimensione strumentale. Quando l’uomo diventa fantasma a se stesso, allora diviene fecondo di imposture e di inganni e prima di tutto verso se stesso e sfocia nel nichilismo che per alcuni, oggi, è l’essenza stessa dell’Occidente. Il mondo, l’uomo non sono che “niente” e in questo “niente” tutto si scioglie nell’oscuro che è proprio il contrario della bellezza. Il nichilismo è la rinuncia dell’uomo a cercare se stesso, a tentare una ricerca di senso, di riuscire, seppur parzialmente, a definirsi.
Così le considerazioni esposte nascono dalla profonda meditazione di Cusano, che esprime una necessità che rende l’uomo migliore. Guardare il mondo con il senso della bellezza non ridotto a mero piacere dei sensi, ma a profonda interrogazione sul significato del mondo e dell’uomo, significa, a mio modo di vedere, non fermarsi a ciò che di contingente accade, ma a professare un’esigenza superiore, che considera il mondo, lo rispetta perché creatura di Dio, come rispetta l’uomo. perdere queste due direzioni nella vita porta a quel solipsismo teoretico di cui l’espressione più facile è un pensiero che si crede tale solo perché esercita la funzione che è propria del cervello. Ad alta considerazione, come ben diceva Dante è chiamato l’uomo: “Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza".
Italo Francesco Baldo
Informazione: il testo di Niccolò Cusano, Tota pulchra es, amica mea (sermo De pulchritudine), pubblicato dall’Editrice Veneta, 2012 è la prima traduzione italiana, proposta da Maria Luisa Gambato. La versione è stata condotta sul testo proposto dalla collazione di diversi manoscritti cusaniani da G. Santinello (1922. 2003) professore di Storia della filosofia all’Università di Padova, e pubblicato in “Atti e Memorie della Accademia Patavina di Scienze, Lettere Arti, nella classe di Scienze morali, Lettere e Arti”, vol. LXXXI (1958-59).
nr. 25 anno XVI del 30 giugno 2012