C’era una volta un festival della canzone, quello di Sanremo, dove il meglio della musica leggera italiana trovava la sua espressione ed il suo tempio; un festival che metteva in risalto i migliori talenti e le migliori canzoni.
Erano anni diversi, dove la canzone italiana godeva del più grande successo sia in Italia che all’estero ed i motivi presentati, all’indomani del festival, erano sulla bocca di tutti e li sentivi cantare o fischiare ovunque, per la strada, negli uffici, sui banchi di scuola, nelle fabbriche. Oggi le canzoni di Sanremo le senti di tanto in tanto alla radio e poi piombano nell’oblio; nessuno che le canta, nessuno che le fischia poiché non hanno ne lo spessore musicale ne il fascino di quelle di una volta ed i personaggi che le interpretano altro non sono che degli illustri sconosciuti.
Negli anni cinquanta, sessanta e settanta Sanremo non era solamente un festival canoro ma era anche il migliore ambasciatore della musica italiana ed i suoi successi facevano il giro del pianeta, ascoltati, tradotti ed imitati dai più grandi cantanti dell’epoca. Ricordo che mi succedeva spesso, durante le mie vacanze estive, di visitare I paesi dell’Est, quelli della cosiddetta Cortina di Ferro, ed in ogni locale pubblico che frequentavo la sola music a che le stazioni radio trasmettevano erano proprio i successi del festival. L’ultimo motivo che ha riscosso un successo internazionale è stata la canzone di Boccelli, “Con te partirò” che al festival si classificò solamente quinta, mentre le prime quattro nessuno più le ricorda e non credo che la vincitrice di questa edizione “Non è l’inferno”, di Emma, farà tanta strada.
Oggi il festival di Sanremo, seguendo il rigido copione delle ultime edizioni è diventato un baraccone da fiera dove ad esibirsi non sono solamente i cantanti ma soprattutto tutta una schiera di personaggi in cerca di pubblicità o gloria personale, un baraccone dove, invece di cantare, non si fa altro e solo che parlare. Più che una rassegna musicale Sanremo è un lungo, monotono e noioso Talk Show dove i protagonisti sono i presentatori, le vallette, i personaggi politici ed i comici da quattro soldi che san solo recitare monologhi insulsi ed a volte, troppe volte, sboccati.
In questa edizione Gianni Morandi, che è stato un grande interprete del passato, si è trovato circondato da personaggi in cerca di spazio, di pubblicità personale e si capiva il suo disagio dai lunghi silenzi, dal concitato volteggiare delle sue manone che spesso e volentieri metteva in tasca e facevano di lui, più che un talentuoso presentatore, la caratteristica figura del buon contadinotto emiliano che eravamo abituati a vedere nei film di don Camillo e Peppone.
Dicevo più parole che musica, a cominciare da Celentano che s’è le presa con tutti, con i giornali ed i giornalisti, con i vescovi e la chiesa; il “ragazzo della via Glu” che, invecchiando è diventato predicatore e pastore d’anime.
Un festival, quello di quest’anno, dove il life motive non è stata la musica ma le mutandine della Belem; argomento questo che ha appassionato per giorni l’opinione pubblica di una intera nazione.
Cinque giorni noiosi durante i quali le uniche cose interessanti, più che le canzoni e la musica, son state le gambe da anoressica della Ivanka ed i monologhi di Celentano. Insomma:
“Parole, parole, parole,… soltanto parole!
Luciano Gonella
nr. 07 anno XVII del 25 febbraio 2012